Hands-on sailing

"Hands-on" vuole dire avere “le mani in pasta”: è un modo di dire, una bella metafora che indica insieme una efficacia e una conoscenza profonda, soprattutto esperienziale.

 "Hands-on sailing" vuole dire mettere "le mani" dentro i fenomeni e da dentro conoscere i meccanismi e le azioni che determinano il nostro navigare con gli altri.

Quando ero piccolo mi dicevano spesso: "mettici il cervello nelle cose che fai", oggi capisco che metterci le mani è qualcosa di più completo, di più fisico, ma soprattutto mi permette di essere "dentro" alle cose che faccio, non perso nella realtà, identificato e sapiente, ma attento, osservante e consapevole.

"Hands-on sailing" vuole dire aver messo a disposizione della conoscenza prima, e della consapevolezza poi, tutto il nostro esserci come unità. Le mani in pasta o le mani in vela è l’idea che si possa vivere qualunque esperienza e affrontare qualunque fenomeno usando il corpo, usando le emozioni e usando la mente senza anticipare nessuna gerarchia tra le tre percezioni appena indicate.

Possiamo essere liberi da gabbie strutturali predefinite; possiamo essere con "le mani nella vela" per poter sentire tutto quel che succede, momento per momento, essendo nel processo del fenomeno stesso.

In Atlantico, dopo alcuni giorni di navigazione continuativa, la mente operativa abbassa la sua bulimia, spegne la sua ansia di fare e di sapere, allora si apre uno spazio importante alla mente contemplativa, il nostro corpo è più disteso e le nostre emozioni ci sembrano più chiare e meno invasive. Fare ed essere vela si confondono tra loro, mentre una sensazione di profonda serenità si fa largo nella pancia.

I nostri figli, soprattutto quando sono piccoli, hanno una certa facilità a vivere momenti di pienezza come questo, non hanno bisogno di giorni di navigazione per mettere a riposo il proprio ego: a loro basta molto poco.

Ci sono però due fattori che ostacolano il permanere in una situazione di "Hands-on sailing". Il primo fattore è il protocollo. Intendo dire con questa parola tutto ciò che viene in qualche modo imposto per il bene del più "piccolo". Sto parlando di una relazione in qualche modo inclinata sfavorevolmente per chi si trova in basso e che è costretto ad accantonare il proprio sentire, per far strada ad un qualche ordine prestabilito più necessario o più importante. Il bambino è "Hands-on" naturalmente e vive questo processo in ogni attività che svolge. Un eventuale intrusione protocollare o predefinita non solo blocca il processo in atto, ma può far arrivare al bambino il messaggio che quello che stava facendo era sbagliato.

Da un punto di vista educativo e adattivo, Il bambino sa come crescere nella relazione con gli altri, fin quando può contare sulla propria fiducia e sull’amore, ha solo bisogno che si giochi con lui e che lo si difenda dai predatori.

Il secondo fattore contrario è dovuto alle conseguenze di un attaccamento primario disturbato oppure alla deprivazione dovuta ad un trauma, ma qui entriamo in casi particolari.

Il nostro "Hands-on sailing" è dunque un modo di esserci e di apprendere dall’ambiente circostante. L’ambiente è il soggetto centrale delle nostre cure e attenzioni, in modo che il bambino, come anche tutti gli altri, possa trovare la sintonia migliore con i fenomeni che lo incontrano, nella continuità del suo continuare ad esistere.

Ma fondamentalmente "Hands-on sailing" è un "agency", (Van der Kolk) termine tecnico che indica il sentimento di avere "in carico" la propria vita: sapere dove si è, sapere di avere voce in capitolo in ciò che ci accade e sapere di poter avere efficacia su ciò che ci sta intorno.

Naturalmente "Hands-on sailing" non è e non può divenire una competenza, se non lo consideriamo come un processo in continuo cambiamento. E siccome il nostro io è dentro allo stesso processo, dobbiamo considerare che stiamo cambiando anche noi mentre siamo con "le mani in vela". 

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